τὸ μὲν οὖν φιλοκίνδυνον οὐκ ἐθαύμαζον αὐτοῦ διὰ τὴν φιλοτιμίαν·...ἑνὸς δ’ ἐξόπισθεν ἐφεστηκότος στρατιώτου ξίφος ἔχοντος.
Ciò che stupiva i soldati non era il suo amore per il rischio, dal momento che essi sapevano quanto grande fosse in lui il desiderio di gloria, erano la sua resistenza alle fatiche e gli sforzi portati al limite delle sue possibilità fisiche, tanto più perché era magro di costituzione, aveva un colorito bianco e delicato, soffriva spesso di emicrania ed era soggetto ad attacchi di epilessia (sembra che il primo l'abbia avuto a Cordova). Tuttavia egli non trasse mai da questa sua debolezza un pretesto per adagiarsi o farsi coccolare, al contrario, fece della vita militare un antidoto contro quel male, compiendo lunghissime marce, consumando pasti frugali, dormendo sempre all'aperto, affrontando ogni genere di disagi, e così riuscì a rendere e a mantenere il corpo inattaccabile ad ogni genere di infermità. Generalmente dormiva in un carro o nella lettiga e dedicava i momenti di tregua a qualche attività; durante il giorno controllava i presìdi, le città, gli accampamenti, tenendo sempre accanto a sé uno schiavo incaricato di scrivere sotto sua dettatura, anche mentre era in cammino, e dietro gli stava sempre un soldato che aveva la spada sguainata